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Nome:  “h” sì o “h” no?

Premessa: sono convinta che se non portassi il nome che porto, non avrei fatto una professione che richiede capacità relazionale e paziente uso della parola per spiegare “cose difficili o in divenire o diverse”. All’anagrafe il primo nome è Rezia. Si dovrebbe scrivere Raethia, come la catena delle Alpi. Così lo aveva pensato mio padre, innamorato di quelle cime. Poi negli uffici del Comune di Milano ci andò mia nonna che aveva la terza elementare e lo scrisse come si pronuncia: Rezia, tanto nessuno mi avrebbe chiamato con quel nome pieno di pretese, pensò, ma in un modo più umano, tipo Lisa (secondo nome). Il babbo, sbadato affettivamente, sul nome è però sempre stato presente e perentorio (era il suo marchio, diamine!): devi scrivere Raethia come le montagne, perché nel nome c’è un destino. Il mio evidentemente doveva essere in salita, o una scalata, o duro/forte/friabile come la roccia, o irraggiungibile come una vetta che supera la biosfera, o meraviglioso e cristallino come la vista che si gode da lassù. O tutto questo. O, appunto, un’esortazione a spiegare, raccontare. Chissà. Fatto sta che da piccola Raethia era difficile da dire, da scrivere, figuriamoci da “indossare”. Come ti chiami bella bambina? Rezia. Ah, Grazia! No, Rezia. Krizia? Enza? Lucrezia? Alessia? Rezza, come Palevi? E giù, ogni volta un racconto. Poi siamo diventati amici, io e il mio nome. E mi piace, molto. È stato fonte di gioie e dolori, diatribe e amorevoli conversazioni. Una su tutte: sarebbe da scrivere senza “h”. No l'”h” ci va, intima ancora il babbo. Che volete farci. Un padre è un padre e (Edipo o meno) un padre che sceglie nomi pieni di pretese e si considera latinista è duro da vincere. Specie se è un tipo simpatico. Lascio però ad ognuno la scelta: Raethia, Raetia o Rezia. 😉

 

 

 

Soprannome biblico

A proposito di nomi e destini. Ad un certo punto, qualcuno di importante per me, mi ha chiamato Zippora. Non ho mai approfondito la ragione perché credo che i soprannomi non si discutano. Zippora è un nome biblico e in ebraico significa uccellino, passerotto (così si chiamava la moglie di Mosé: Sefora o Zippora, fondamentale per l’esodo).

 

 

 

Le mie radici sono in un’unica aiuola

Cresciuta in una smallfamily (io e mia madre) ai tempi in cui sulla pagella c’era scritto “firma del padre o di chi ne fa le veci”, sono nata a Milano, ma ho trascorso l’infanzia a Le Piastre, borgo dell’Appennino Tosco-emiliano, dove ho respirato aria salubre e cinismo montanino. Lì ho sviluppato un QI nella media e un QE – dicono – sopra la media. Formazione scolastica secondaria, universitaria e professionale a Milano. Dal 2006 abito e lavoro a Roma. Le radici geografiche alle quali mi rifaccio, però, sono il mondo, per via dello sradicamento multiplo da luoghi natii, parentali, amicali ed elettivi e – di più – per via del gene del viaggiatore: una malattia che non ha cure se non il mettersi in azione su una mappa, una bici, un bus, un aereo, i piedi. Le altre radici, quelle che hanno dato forma al nocciolo emotivo, sono invece conficcate in un’unica aiuola: una famiglia a geometria e sentimenti variabili. E volubili. Va anche detto che, com’è auspicabile che accada, il mio nocciolo emotivo da molto tempo ha trovato aiuole nuove dove rigenerarsi (incluso un marito coi baffi!). Ma le radici son radici: riconoscerle e rammentarsene permette di crescere e magari di trasformare piccole disavventure in avventure formative, come ho avuto modo di scrivere nel racconto breve – spaccato della saga familiare –  intitolato Feste clandestine e pubblicato nell’antologia smALLchristmas (2014). L’ho firmato con uno pseudonimo, per scrupolo (antico vizio) verso padri, madri, amanti. Le famiglie variabili che mi circondano sono, però, più disinvolte di me. Così oggi lo pseudonimo non serve più.

 

 

 

Ghiribizzi

  • Il mio regno per: cappelli di ogni foggia, una gita al mare e una mega colazione preparata comme il faut. E poi il ballo. Mi piace ballare, ballo wherever, in coppia o no, e ho un sogno: danzare una volta nella vita come una Ginger Roger 2.0, che vola in un memorabile foxtrot vestita di un abito leggerissimo realizzato in uno di quei futuristi textifood tipo orange fiber o, meglio, seacell.
  • Vorrei passare alla Storia, ma per ora non ci sono i presupposti. Sto però lavorando a un’idea radiofonica (adoro la radio e penso sia il vero media pop e per giunta eterno) che potrebbe avvicinarmi all’obiettivo. Devo solo trovare il modo di trasferirmi nella troposfèra…
  • Il picnic in mezzo alla natura con cestino e tovaglia e tutto il resto: è la forma più alta di taste food. Adoro prepararlo personalizzando i “cartoccini” per ogni ospite. Ciò, lo so, è folle.
  • ..E a proposito di follia: amo i gatti, la loro compagnia, guardarli, ascoltarli. Imparare la “felinità” mi dà una grande forza. Anzi, una pazza gioia. Miao.

 

 

Cose che faccio

  • Il lavoro

Intercettare cambiamenti, ascoltare, trovare, raccogliere e scrivere storie è quel che faccio cercando anche di creare reti relazionali, gruppi di lavoro per dare forma alle idee. Ho una formazione che poggia sull’approccio interdisciplinare, cioè quella cosa per cui se devi risolvere un problema economico può essere utile il parere di un filosofo. Tenendo fede a questo criterio e consapevole che l’unica certezza nel lavoro – come nella vita – è “mutare pur restando fedeli a se stessi”, dal 1989 mi occupo di informazione e comunicazione declinate in vari modi: faccio la giornalista freelance per carta stampata, radio, web ed esperimenti di web radio (qui un esempio). Appena posso viaggio per nutrire il cervello. Qualche volta scrivo libri, altre volte li curo, altre li presento. Mi sono cimentata in sceneggiature per cortometraggi e nella realizzazione di videoclip affiancando registi. Negli anni ho scritto articoli e reportage soprattutto di viaggi, costume, società e persone per i principali settimanali nazionali (vedi dettaglio CV). Poi mi è capitato di occuparmi dei nuovi fenomeni legati alla cultura del cibo e ho volentieri ceduto all’onda food, tanto che ho pubblicato racconti in Francia e dato alle stampe in Italia, nel 2011, il libro Spiriti Bollenti. Ritratti terrestri di 21 chef stellari, finalista al Premio Bancarella Cucina 2012. Inoltre su commissione scrivo biografie di persone, luoghi, aziende e mi dedico a progetti di comunicazione ed editoriali, in particolare sul web. Infine affianco imprese sociali nelle startup. Per esempio: dal 2014 partecipo al progetto dell’associazione di promozione sociale Smallfamilies® occupandomi del Portale delle famiglie a geometria variabile come responsabile contenuti editoriali, referente per la stampa e ideatrice e curatrice, insieme con Laura Lombardi, della collana editoriale smALLbooks (Cinquesensi Editore).

  •  Il volontariato

È una parte importante della mia vita. Mi arricchisce di esperienze e incontri altrimenti difficili da fare. Così, dove e come posso, dal 2011 insegno italiano “pratico” alle straniere e agli stranieri emigrati ospiti in case famiglia e che hanno bisogno dei primi rudimenti linguistici per avviare il processo di integrazione.

Dal 2009 ho iniziato a far parte dei gruppi di lettura dell’associazione culturale di quartiere Monteverdelegge, a Roma, e con gli altri soci ho contribuito alla nascita e alla realizzazione della BiblioLibreria gratuita Plautilla – progetto di cittadinanza attiva – ospitata nello spazio DSM (Dipartimento Salute Mentale) della Asl nel quartiere di Monteverde. In quel contesto, assieme ad un cospicuo gruppo, ho avuto anche la fortuna di organizzare due edizioni dei laboratori di Officina poesia  condotti dalla poetessa Sonia Gentili, ai quali partecipavano utenti del DSM e cittadini, insieme. Un’esperienza vibrante.

All’inizio del XXI secolo ho fatto parte di Inviati di Pace, gruppo di giornalisti italiani impegnati nella difesa della libertà di stampa (e dei colleghi che vogliono esercitarla) nei Paesi in guerra. Un’esperienza durata un paio di anni, che mi ha portato ad occuparmi attivamente anche di colleghi stranieri perseguitati e rifugiati in Italia.

  •  Il tempo perso

Nell’arco di una giornata lavorativa solo una manciata di ore sono davvero produttive. Il resto si passa a organizzare, chiacchierare, fare cose di routine, distrarsi. Si passa a non fare in effetti nulla. Una volta me ne dolevo. Poi ho scoperto che il “tempo perso” è linfa vitale, ossigeno per la mente e il cuore. Let’s waste time!

 

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